Mohamed Abdou introduce così la collana del suo substack: “End times esplora l’analisi anticoloniale e decoloniale della muqawama (resistenza) attraverso le lenti dell’Islam e delle profezie apocalittiche della fine dei tempi. Chiamiamo ciò il Qu’ran della Resistenza.”.
Autore di “Islam and Anarchism: relationships and resonances”, i testi di Abdou ci sembrano un importante contributo per cercare di evadere dalla prospettiva eurocentrica, atea e intellettualistica, propria di gran parte della sinistra europea e nordamericana. La resistenza palestinese va letta in quanto lotta con una componente islamica, senza questa lettura non stiamo realmente rispettando la resistenza e i suoi martiri. Per questo abbiamo tradotto una serie piuttosto sostanziosa di estratti di questi testi, che pubblicheremo a puntate nelle prossime settimane.
L’islamofobia interiorizzata ci impedisce di costruire le alleanze necessarie, con i compagni in diaspora, con gli esuli che arrivano in Italia, con le seconde generazioni nelle periferie marginalizzate delle nostre città. Se vogliamo intessere alleanze nel retro dei kebab (come diceva qualcuno) dobbiamo essere capaci di cancellare il nostro sguardo coloniale.
Accogliamo con piacere dunque una lettura resistente dell’Islam, in cui il taghut (la tirannia) prodotto da satana non è entità astratta ma la stessa struttura capitalista, gli stessi enti nazionali, che producono infatti valori in aperta contraddizione con i principi etici del Corano. Il Corano come invito alla resistenza e alla creazione di un mondo sovranazionale; il Corano come motore di attivazione politica.
Dei tre testi che abbiamo deciso di tradurre il terzo in particolare, il Comunicato 5, traccia un chiaro e inscindibile legame del sionismo con gli USA, da una prospettiva storica che inserisce gli Stati Uniti come architetto evangelico di questa apocalittica guerra-olocausto, a livello ideologico, materiale, religioso e simbolico.
Una prospettiva che pone in continuità con il genocidio attuale quello di oltre centomila persone indigene a Turtle island, una prospettiva che traccia la storia genocidiaria americana dal 1492. Che racconta la strumentalizzazione, la pacificazione della popolazione nera e musulmana. Che intreccia molte storie e molti nomi in una unica grande storia.
Buona lettura!
#Comunicato 1: il Corano della Resistenza
11 aprile 2025
L’Islam come il cuore battente della lotta anticoloniale palestinese.

Bismi Allāh Al-Raḥmān Al-Raḥīm
(nel nome di Allah, il clemente, il misericordioso)
“E abbiamo avvertito i figli d’Israele nella Scrittura: ‘Certamente porterete per due volte corruzione sulla terra e diventerete estremamente arroganti. Quando il primo dei due avvertimenti si sarebbe avverato, avremmo inviato contro di voi alcuni dei Nostri servi di grande potenza, che avrebbero devastato le vostre case. Questo sarebbe un avvertimento adempiuto.’” (Il Sacro Corano, Capitolo 17, “Le Donne”, Versetti: 4-5)
– Abu Obeida, 19 gennaio 2025, giorno 471 dell’operazione Al-Aqsa Flood
Il 7 ottobre 2023 è l’ultimo sipario.
Nel versetto sopra riportato, Abu Obeida, portavoce delle Brigate al-Qassam, ci ricorda che la profezia coranica sulla distruzione di Israele è suggellata. Si tratta di un ultimo avvertimento che sicuramente verrà rispettato. Questa è davvero la guerra apocalittica finale.
In ogni discorso, video e operazione militare, i nostri amati e resilienti mujāhidīn palestinesi (resistenza) invocano il Corano e i loro impegni religiosi e spirituali nei confronti di Allah per guida, forza, direzione e fermezza. La saggezza islamica permea ogni atto e momento di coraggio commesso dalla resistenza, dal modo in cui si impegnano nella preparazione strategica e spirituale per il diluvio di Al-Aqsa al modo in cui trattano i prigionieri di guerra.

I nostri valorosi mujaheddin non citano Mao, Lenin, Marx o Fanon come molti esponenti della sinistra euroamericana vorrebbero: citano il Corano e mettono al centro Allah.
Un’analisi accurata della resistenza richiede di comprendere le radici islamiche che sono alla base dei loro impegni, parlando dignitosamente, internamente, ai musulmani nella lingua e nella tradizione del nostro contesto, senza l’occhio indiscreto delle estrapolazioni laiche di sinistra euro-americane. Quando approfondiamo gli impegni e le interpretazioni coraniche dei mujāhidīn, ci offrono una visione vasta e vitale del loro incrollabile impegno nei confronti dell’Islam e del ruolo di primo piano dell’Islam nella lotta. Una lotta anticoloniale solida e spiritualmente radicata attraverso il sumūd (fermezza) contro crociati, sionisti e normalizzatori musulmani.
Ogni immagine e parola pronunciata dai nostri mujaheddin e tramandata dai nostri martiri (le cui ferite nel Giorno della Resurrezione saranno del colore dello zafferano e profumate di muschio) è permeata di significato coranico.
Sullo sfondo del discorso di Abu Obeida del 6 marzo 2024, c’era un versetto coranico che brillava sotto le immagini delle moschee di Al-Aqsa e Al-Ibrahimi. È un versetto che è già apparso innumerevoli volte. Avvolgendo il bagliore di Abu Obeida, il versetto del capitolo 35 intitolato “Colui che dà origine” recita: “E il complotto (connivente) di tali persone [malvagie] è destinato a fallire” (10). Nella costellazione di questo versetto c’è un Orione di altri versetti intrecciati che ardono: “Essi pianificarono, ma anche Allah pianificò. E Allah è il migliore dei pianificatori” (Capitolo 8, “Il bottino di guerra”, Versetto: 20), e “Certamente stanno escogitando piani malvagi, ma anch’io sto pianificando” (Capitolo 86, “La stella della notte”, Versetti: 15-16).

Questi versetti rivelano che la crociata-sionista euro-americana e di Israele, nemici dell’Islam e di tutti i combattenti per la libertà, può nascondere i propri piani malvagi e dispettosi, anzi possono persino sembrare egoisticamente in possesso ‘della maggior parte delle agenzie di intelligenza artificiale, della potenza, degli armamenti moderni e dei complessi industriali’ sulla Terra, ma trascurano che tutto è visibile ad Allah, compreso il peso del bene e del male di ogni atomo nei nostri cuori.
L’enfasi posta dalla resistenza sul versetto sottolinea la loro ferrea convinzione, in quanto musulmani, che il nemico dimentichi e sia cieco al fatto che Allah è più diabolico di loro. Che Allah li punirà e consegnerà la vittoria tramite umili servitori di grande potenza: coloro che, pur disponendo di meno potere materiale e di armi meno sofisticate, sono tuttavia convinti e incrollabili nella fede che non sono stati loro a scagliare e infliggere i colpi al nemico, bensì è stato Allah che ha lanciato e sferrato ogni colpo devastante e decisivo.
[…]

Rimettere al centro l’Islam e la spiritualità nella lotta politica
I nostri mujāhidīn rappresentano uno, se non il movimento anticoloniale, attualmente più robusto al mondo. Un movimento che emerge dal basso, è incentrato sui poveri, sugli orfani, sugli anziani, sulle donne e sui bambini e utilizza la comprensione coranica della Ummah come modello, non solo come strategia, ma come bussola etica che fornisce nutrimento per una forza spirituale duratura.
L’Islam è indissolubilmente centrale e al cuore della lotta palestinese per la liberazione, eppure gli esponenti della sinistra euro-americana tendono a ignorare, minimizzare, respingere o interpretare male questo cruciale fondamento religioso – in quello che gli orientalisti chiamano spesso sprezzantemente “Islamismo” – a causa dell’Islamfobia, del razzismo e del fatto che non hanno la fluidità necessaria per comprendere la cosiddetta saggezza ‘politica dell’Islam’ e quella coranica.
Gli orientalisti spesso interpretano erroneamente la definizione stessa di Islam come ‘sottomissione’ per suggerire un’obbedienza cieca, quando significa impegnarsi in una resa volontaria e in una liberazione basata sulla scelta – partecipare attivamente a una riflessione profonda e al pensiero critico. Infatti, le primissime parole pronunciate dall’angelo Gabriele al profeta Maometto, che non sapeva né leggere né scrivere, furono: Leggi, Leggi, Leggi.
La resistenza, attraverso la loro vita quotidiana e la loro trionfante operazione Diluvio Al Aqsa, incarna un Islām che afferma l’insegnamento coranico che “Quante piccole compagnie hanno sconfitto grandi eserciti con il permesso di Allah” perché “Se ci sono venti saldi tra voi, ne sconfiggeranno duecento, e cento tra voi sconfiggeranno mille di coloro che non credono” (Capitolo 8, “Bottino di guerra”, versetto: 65). Guardate cosa sono riusciti a fare solo poche migliaia dimujāhidīn fedeli e organizzati per ribaltare il mondo e colpire il tiranno Golia.
I nostri mujāhidīn combattono l’ingiustizia ovunque la trovino, sia dentro di sé, sotto forma di al-Jihad al-Akbar (la Jihad del sé), sia nella tirannia provocata dalle crociate imperialiste dei coloni sionisti e dalle strutture coloniali che ci soffocano tutti.
Noi e i nostri mujāhidīn combattiamo costantemente contro i taghut (tirannia), sia euroamericani che traditori arabi e musulmani – governi e popoli – che si sono rassegnati a diventare coscritti linciatori delle logiche normalizzanti degli Accordi di Abramo e di tutto ciò che li anima.
È tempo che ogni musulmano, credente e aspirante combattente per la libertà adotti l’appello del popolo yemenita e di Ansar Allāh: “Per Allah, anche se bruciaste Sana’a in cenere e ci sventraste tutti, non lasceremo che Gaza muoia di fame né che la sua gente se ne vada”.
È tempo per tutti noi di emulare il carattere della benedetta resistenza palestinese, quello dell’esempio del profeta Maometto, e di incarnare veramente il detto coranico: “Alzati, perché Allah non approva che tu viva umiliato. Portate gli stendardi liberamente e sopportate il pesante fardello. Non sei stato tu ad ucciderli, piuttosto è stato Allah a farlo. E tu non hai lanciato quando hai lanciato, ma è stato Allah a lanciare. Potrebbe mettere alla prova i credenti con una dura prova” (Capitolo 8, “Bottino di guerra,” Versetto:17).
Quanto ai nostri nemici, come vi avvertirono una volta il nostro amato generale Sinwar e gli anziani: “[Benvenuti] al [nostro] grande] diluvio distruttivo! [Benvenuti al nostro tanto atteso] avvertimento di un vulcano rivoluzionario che si trasformerà in un terrificante alluvione! Incutendo timore nei normalizzatori, nei coordinatori e negli occupanti”.
Finché la sinistra euroamericana non si prenderà il tempo per confrontarsi con la propria islamofobia e di comprendere l’Islam e la fede nel contesto della resistenza, la sua analisi sarà sempre tristemente incompleta. I mujāhidīn stanno offrendo a tutti noi una tabella di marcia vitale e solida in questo momento critico della battaglia, e l’Islām non si trova alla periferia ma al centro della lotta.
Preghiamo Allah di guidare e rafforzare i nostri popoli, i nostri movimenti, i nostri mujāhidīn, i nostri prigionieri, le loro famiglie e di accettare il nostro martirio, perciò “non dite mai che coloro che sono stati martirizzati per la causa di Allah sono morti—, anzi, sono vivi! Ma tu non lo percepisci” (Capitolo 2, “La mucca”, Versetto: 154). Nell’Islam, ogni martire, da Yahya Sinwar a Hind Rajab a Wadee Al-Fayoumi a Refaat Alareer, è vivo e con noi nel presente, cammina al nostro fianco, fortificando i nostri cuori e guidando ciascuno dei nostri passi verso un futuro giusto e vittorioso.