Nella catastrofe globale, nel collasso climatico, nella polarizzazione economica, nell’assenza di futuro, nelle svolte autoritarie, nelle tratte migratorie, nella segregazione delle periferie del mondo, nel genocidio in streaming sui social, nella guerra mediatizzata, nel lavoro alienante.
Questo isolamento però è solo apparente, è un isolamento politico. Nessuno è mai veramente isolato nella riproduzione sociale. La condizione proletaria è la condizione che accomuna tutti. È diventata il presupposto antropologico della specie.


Cosa accomuna un dottorando precario e un lavoratore reso ricattabile dal dispositivo frontiera?





Cosa accomuna un ragazzo tunisino appena arrivato in italia e una ragazza trans non accettata dalla propria famiglia, costretta a scappare di casa per poter essere la persona che vuole?

Il capitalismo ci ha frammentato, separato, isolato. Per nascondere quella che è l’unica verità. Che siamo tutti proletarizzati. Che siamo tutti in lotta dentro lo stesso sistema mondo. Senza dimenticare, certo, che in questa proletarizzazione le condizioni possono essere ben diverse. Ma l’atomizzazione, la solitudine e l’isolamento sono la condizione sottesa a tutte le forme di vita proletarizzata, in qualunque parte del globo.

Mentre ogni volta che laviamo i piatti cerchiamo di essere bravi cittadini e non sprecare acqua, sapendo che è cosa buona e giusta nel collasso ecologico che ci accompagna.
Mentre i jet dei ricchi, i data center per l’intelligenza artificiale che consumano così tanta acqua potabile che interi paesi resteranno completamente senza nel giro di pochi anni. Mentre ci prepariamo a vivere in un ambiente impoverito e squallido, un deserto ecologico e un inferno sociologico.
Mentre.
Mentre tutto crolla: collasso ecologico, guerre e pandemie. L’ennesima notizia dell’elitè del mondo che stuprano bambini, che rapiscono capi di stato. L’ennesima notizia di corpi paramilitari che rapiscono persone in varie zone del mondo. L’ennesima notizia di un poliziotto che a pochi metri da casa tua spara a qualcuno di spalle. Di nuovo di nuovo di nuovo. Di nuovo impunità per i ricchi e i potenti.
Mentre tu di nuovo annaspi; nel tuo lavoro di merda; nella tua solitudine esistenziale. E di nuovo tu a cercare di sfangarla. E di nuovo tu a cercare di completarti in una coppia. E di nuovo tu a pagare le tasse

mentre,
intorno a te,
l’apocalisse.
Mentre tutto crolla.
Questo mondo è costruito per essere intellegibile. Non lo possiamo comprendere nella sua interezza, non abbiamo più neanche la soglia dell’attenzione (atrofizzata dagli schermi, atrofizzata dal consumismo modellato per produrre e provocare i nostri gusti) per leggere un libro che ci mostri la sua profondità, per crearci una chiave di lettura dell’esistente che sia tale. Che ne mostri le interrelazioni, le cause. Non abbiamo gli strumenti. Non leggiamo più, non studiamo più collettivamente. Il mondo si fa complesso, si stratifica.


È impossibile vedere l’emanazione dei cerchi nell’acqua del sasso che lanciamo.
L’impatto delle nostre azioni, nel bene come nel male, non lo possiamo percepire. Figuriamoci dotarci degli strumenti per invertire la rotta di un mondo al collasso.





Spettacolarizzazione, finzione, postmodernismo. La verità non significa più niente.
Soggettività è la parola della nostra contemporaneità.
Dobbiamo accettare la verità di ognuno, la percezione della realtà di ognuno. Dobbiamo ascoltare i drammi esistenziali di ogni persona come se fossero la cosa più importante che sta succedendo. Mentre il mondo brucia.
Mentre milioni di persone muoiono di fame.
Mentre viviamo in città segregate.
Mentre qualcuno vive ogni giorno la violenza dello stato e qualcuno piange della miseria del capitalismo dall’alto del proprio privilegio.
Non siamo capaci di costruire relazioni sane. Non siamo capaci di renderci leggibili ai dannati della terra. Usiamo paroloni per descrivere la miseria in cui viviamo e invocare l’insurrezione ma non riusciamo a creare alleanze e amicizie politiche ampie che possano davvero creare quelle rotture.
Il giorno in cui per caso gli astri si allineeranno e quella rottura avverà, non sapremo neanche cosa farne. Non siamo capaci di immaginare alternative al collasso in corso. Non sapremmo neanche cosa proporre se mai dovessimo vincere. Se domani l’italia insorgesse. Se domani bruciassimo i palazzi del potere cosa potremmo offrire?
Ora. Ora che il capitalismo non si maschera neanche più come il migliore dei mondi possibili, ora che neanche più fa lo sforzo di corromperci, ora che la rovina di questo mondo è sotto gli occhi di tutti. Cosa facciamo noi?
Noi che non vogliamo vivere in questo mondo; noi che vogliamo cambiarlo; noi che ci chiamiamo rivoluzionari. Noi che vogliamo sovvertire l’esistente.
Che mondi evocano le nostre parole? Che comunità evocano i nostri gesti? Che rapporti costruiamo qui e ora? Dove esistiamo?
Mentre tutto crolla che forma diamo al futuro? Siamo solo degli spettatori? Nelle accademie a criticare i movimenti di cui non facciamo parte?
Rincorriamo uno dopo l’altro questo o quel “soggetto rivoluzionario”. Guardiamo alle lotte del passato e cerchiamo il “proletario modello”.
Il mondo è cambiato, ma agiamo come se non lo fosse.
Nessuno pensa più agli operai degli anni ’70 ma non siamo capaci di superare quello schema teorico.
Anche noi, come tutti, cerchiamo quelle sicurezze che non troviamo nella vita personale, affettiva, lavorativa. Senza una casa, senza una stabilità economica, senza relazioni soddisfacenti.
E quindi tra chi si immagina il soggetto rivoluzionario come l’operaio alla catena di montaggio e chi lo vede nella soggettività migrante, chi nelle nuove forme proletarizzate, chi nella precarizzazione, chi nell’accademia, chi passa da una lotta all’altra senza strategia e chi si dedica per decenni a lotte lodevoli ma che finiscono per essere sistemi para-welfaristici, chi giudica dall’alto della poltrona accademica la partecipazione emotiva delle persone nei percorsi che attraversano e chi si accontenta di essere marginalità, di abitarci dentro e di costruire controcultura, spesso condita da dipendenze ed abusi.
La realtà è che sbagliamo tutti (a parte certo, chi non fa e allora non sbaglia mai) e non sbaglia nessuno.
Nessuna lettura della contemporaneità è sufficiente, nessuna risposta monolitica funzionerà in questo sistema, nessun ideologismo, nessun purismo potrà fermare il capitalismo. Il capitalismo che cannibalizza ogni forma di vita.
Se il capitalismo cannibalizza ogni aspetto, quello economico come quello della riproduzione sociale, quello culturale come quello affettivo, qual è il ruolo di chi lo vuole abbattere? Se lo riconosciamo come una forza travolgente, come qualcosa che esonda dalla sfera economica per avvolgere ogni ambito della vita, quale risposta è possibile?
Come diffondere, seminare, provocare forme di vita comuniste che si oppongano realmente all’esistente? Che vadano oltre al momento unificante e catartico della rivolta, della macchina della polizia in fiamme, della vetrina infranta. Come costruire una vita comunista che esista ancora all’alba di un nuovo giorno, quando le fiamme (sempre troppo rare) sono ormai spente? Come opporsi al modello egemonico culturale e sociale, che annichilisce, isola e deprime, che spezza i legami, che non ci lascia via d’uscita?

Un luogo di incontro può essere un centro sociale, una palestra popolare, un rave, un circolo, una terra occupata, un gruppo di studio, un corteo. Un luogo di incontro può produrre forme di vita, può produrre contaminazioni, può creare radicalità.
Da una parte si tratta di scovare, rivitalizzare o creare dove già non esistono quelle forme di vita, quei rapporti comunitari, quelle alternative reali che prefigurino una vita migliore. Lo dobbiamo a noi stessi e agli altri di costruire relazioni sane, comunitarie, gioiose, capaci di accettare le responsabilità della collettività. Vivere bene e costruire legami forti che rompano l’isolamento, inanzitutto nella nostra quotidanità. Ricordandoci che ognuno in questo mondo può essere un potenziale alleato che ancora lo ignora. Che siamo tutti proletarizzati. E dunque che ogni occasione di incontro esiste la possibilità di costruire qualcosa. Sul luogo di lavoro, nella disciplina sportiva che pratichiamo, nei mondi creati dalle attività ludiche che pratichiamo, nella musica che suoniamo e ascoltiamo.

Dobbiamo imparare a costruire legami che non si basino su obsolete e spuntate basi ideologiche ma sulla condivisione di tattiche e pratiche innovative. Chiunque si opponga alla solitudine, alla miseria della vita quotidiana, chiunque lotti nel tentativo di non farsi sussumere e corrompere dal riformismo o dallo status quo, chiunque lavori nella direzione di costruire,
immaginare, prefigurare un mondo diverso è un nostro alleato. Chiunque lotta nella direzione giusta concorre a costruire e a prefigurare quel mondo che vogliamo.

Distruggere la vetrina di un carrefour in solidarietà con la Palestina o fare una proiezione in un bar di provincia, lottare per un salario migliore o costruire rapporti che prefigurino una vita senza il lavoro salariato.
Non rinneghiamo niente e dobbiamo tenere unito tutto. Come il capitalismo cannibalizza ogni cosa, noi dobbiamo rendere comunista ogni aspetto della vita. Essere un’alternativa reale. Costruire potenza. Distruggere l’isolamento e la solitudine.
Costruire legami e ponti tra queste forme di vita deve essere lo scopo di una rete nazionale ed internazionale che sia capace di travalicare la località o di darle energia, di moltiplicare le occasioni di incontro tra chi non cede all’immobilità e all’immobilismo, creare luoghi di confronto che uniscano piccole realtà di provincia a grandi strutture organizzate che esistono da anni e che portano avanti lotte progettuali.
Chiamiamolo partito comunista o partito immaginario, chiamiamola area o chiamiamolo milieu. Qualcosa esiste, nei rapporti costruiti anno dopo anno nelle rivolte nelle strade, nei cortei e nei campeggi, negli sguardi e nelle discussioni create intorno a un fuoco o a un festival di arti ribelli, in uno sgombero o a un picchetto, all’occupazione di una scuola.
Qualcosa esiste e se vogliamo scommettere sulla possibilità della rivoluzione, dobbiamo nutrire i rapporti che abbiamo creato negli anni, rinforzarli, scovare alleati nelle province e nelle periferie di questo mondo.
Dobbiamo avere il coraggio di scommettere sulle possibilità e sui legami rivoluzionari. Creare potenza, imparare a leggerla come tale e raccontarla per ciò che è.
Perchè mentre tutto crolla, infiniti gesti, a volte violenti e collettivi e a volte dolci e solo all’apparenza privati, non solo già prefigurano ma presentificano quel mondo che eviterà lo schianto o che muoverà i suoi primi passi dopo di esso.
Nostri sono i gesti, nostra deve esserne la narrazione.