Prato e Firenze: di piazze occupate e fascisti piagnucolanti, di legalità e rapporti di forza.

Marzo 2026, l’estrema destra che guarda a Vannacci come alla figura che possa raccordare i vari rivoli scontenti dell’azione del governo, decide di alzare il tiro e guadagnarsi un po’ di prime pagine. Si è appena consumata la separazione del generale dalla Lega e c’è bisogno di marcare la differenza, far vedere che si sta organizzando una forza che sappia accogliere anche i fascisti che non hanno più alcuna voglia di far finta di non esserlo. Una parabola del resto terminata il 20 aprile, con Vannacci che alla radio dice, testualmente: «Quella della costituzione antifascista è una bufala», quando in essa si afferma che «è vietata la riorganizzazione, sotto qualsiasi forma, del disciolto partito fascista», si intende proprio la riorganizzazione di QUEL partito fascista, quello disciolto, ma che altri eventuali partiti fascisti non sono compresi nel divieto. Incredibile potere della semantica. Ribattere con l’ovvio sarebbe come agitarsi nelle sabbie mobili: non può che farci sprofondare più velocemente. Del resto tale operazione linguistica non è che l’ennesimo passo avanti all’interno di quella strategia di cui la ridicola narrazione sulle foibe non è che il tassello più evidente: si saggia il coraggio della controparte, si sposta l’asticella, si acquisisce forza. La forza di chi sa di aver «osato» e averla spuntata ancora una volta. Che tanto la parola appeasement non è manco italiana e nessuno sa più cosa significa, letteralmente e storicamente. Ma torniamo a inizio marzo, questo magma di fascisti vari decide di uscire allo scoperto, unitariamente. Si decide il cosa: un corteo nazionale su «remigrazione e riconquista», e si decide il dove: la città di Prato, che ha il doppio «merito» di essere un baluardo di quella sinistra a trazione Pd che non perde terreno neanche sotto il peso di scandali e indagini, e di avere una percentuale di migranti doppia rispetto alla media nazionale. Anche la data stessa è pensata per assicurare lo scandalo: il 7 marzo. In quella stessa data del 1944 a seguito di uno sciopero generale che si tenne contro l’occupazione nazifascista 133 operai vennero prima arrestati e poi deportati nei campi di concentramento di Mauthausen ed Ebensee. Solo 18 di essi fecero ritorno. Una data che Prato celebra ogni anno con tanto di cerimonia istituzionale. Insomma, anche il sinistroide più disattento capirà che remigrazione significa deportazione e l’eco mediatica generata (anche) dall’offesa alla memoria della città assicurerà il giusto risalto all’operazione. Se tutto va bene si potrebbe anche raccattare non poco consenso in una città che effettivamente si scontra con numerose problematiche legate agli ingenti flussi migratori. Se tutto va bene. Ma, per fortuna, non tutto è andato bene. E, anzi, la fortuna c’entra ben poco.

Tutta la sinistra cittadina grida allo scandalo, ma a chiamare un’assemblea pubblica è il sindacato Sudd Cobas, il sindacato che è riuscito a squarciare il velo di omertà da sempre steso sopra quel distretto dell’abbigliamento e del pronto moda del valore di 2,4 miliardi di euro, ma che regala alla maggior parte dei suoi 23.000 addetti, per lo più pakistani, solo sfruttamento e invisibilizzazione. Viene chiamata una contro manifestazione in Piazza del Duomo, che si va ad aggiungere a quella istituzionale in Piazza delle carceri. Si proclama anche lo sciopero per il giorno precedente della manifestazione fascista, così che siano gli stessi operai a poter volantinare, a connazionali e non, davanti alle fabbriche della zona industriale. Il successo dello sciopero non è scontato: non si tratta di battersi per il posto di lavoro o per un miglioramento delle sue condizioni, ma per una questione politica più ampia, che potrebbe anche apparire lontana. La fiducia nel sindacato è però evidentemente tanta: non solo sono venti le fabbriche che scioperano, ma quello che va in scena non è un semplice volantinaggio. Quando forze dell’ordine, giornalisti e nostalgici vari scoprono cosa è successo, è ormai troppo tardi per impedirlo. Piazza Europa, la piazza che è stata concessa dalla questura per il concentramento del corteo fascista, è stata occupata. Chi spera nel gesto «dimostrativo» stavolta si sbaglia di grosso: gli operai montano le tende e invitano la cittadinanza a raggiungerli. È evidente che non se ne andranno fino a quando i fascisti accorsi a Prato non se ne torneranno da dove sono venuti. La polizia sbraita, minaccia lo sgombero, infine accetta la figura di merda, loro e dei loro amici. Il giorno seguente, mentre alcuni rimangono a presidiare Piazza Europa occupata, gli operai e le persone solidali accorse vanno in corteo alla piazza già chiamata, accolti da quella sinistra cittadina esterrefatta da ciò che hanno visto fare. Dal microfono e sui social il sindacato ha ben ragione ad affermare: è una grande vittoria della Prato operaia e antifascista. E i fascisti in tutto ciò? Rinchiusi in una piazza del centro, forse autorizzata last minute, a parlare a loro stessi, o meglio, ai loro stessi arrivati in tempo. Le camionette sono così schiacciate ai muri dei palazzi che non passano neanche i loro che han fatto tardi… Umiliati in primo luogo proprio da quegli operai senza cittadinanza che erano venuti a minacciare di deportazione, piagnucolano di alleanze segrete tra sinistra istituzionale e sindacato e di poteri forti che si sono mossi ai loro danni. Difficile immaginare qualcosa di più ridicolo, soprattutto per chi ha fatto della virilità tossica un valore.

Alcune (anche gustose) riflessioni a lato: a Prato sui social nei giorni precedenti tutti, dai singoli ai soggetti più o meno istituzionali, scrivono che la calata fascista, con quelle parole d’ordine e proprio per il 7 marzo, è una provocazione che va impedita a tutti i costi. Quando però viene impedita davvero, tutti si volatilizzano con la velocità con cui vanno a cancellare i post dei giorni precedenti. Un utile promemoria di quanto ciò che è vero nell’etere non lo è nella realtà, ma anche di quanto una minoranza «determinata» possa incidere davvero nelle dinamiche cittadine e non solo. Perché è questo l’unico potere forte che si è dato: l’organizzazione dal basso dei compagni (pochi) e degli operai (tanti). Altra (gustosa) riflessione: la notte di quel sei marzo sono stati spazzati via in un solo giorno anni di sterili dibattiti militanti sull’assistenzialismo e la sua effettiva utilità rivoluzionaria. Chi ha visto migliorare la propria vita grazie alla lotta è ora disposto a dormire in mezzo alle aiuole di una piazza, sopportando quel freddo scabroso di inizio marzo di cui ora ci siamo già dimenticati, e farsi carico di tutto quell’antifascismo che per il resto della città è un qualcosa da esprimere solo a parole (meglio se scritte). Non lo fanno perché qualcuno li ricatta o per «rendere» non si sa quale favore. Lo fanno perché è giusto e perché hanno visto che con la lotta si può vincere: oggi un contratto migliore, domani un mondo dove siano i razzisti a doversi nascondere. Ed emerge da ciò anche un’altra lezione: collettività forti, di lotta, possono rigenerare quel coraggio che ormai sembra aver abbandonato il nostro campo. Ad essersi mobilitate per quello che molti dicevano essere la cosa giusta da fare, sono state a tutti gli effetti quelle persone che più avevano da perdere. Basti citare in tal senso il nuovo decreto sicurezza che ammette la revoca o il mancato rinnovo del permesso di soggiorno per chi protesta (anche in maniera non violenta, con picchetti o blocchi del traffico). Non possiamo che augurarci che il coraggio di pochi sia di esempio per molti.

E il bello del coraggio, si sa, è che è un po’ come la paura: è contagioso. Venti giorni dopo, nei bar di Rifredi, quartiere nord di Firenze, c’è un gran mormorio. Vannacci è uscito definitivamente allo scoperto e il suo partito «Futuro nazionale» decide di aprire la sua prima sede provinciale d’Italia proprio in Piazza Tanucci, piazza centrale e popolare del quartiere. Quartiere borghese, ma storicamente (e realmente) antifascista. È la cittadinanza stessa a darsi un appuntamento nella piazza e a decidere che l’apertura non deve passare in sordina. C’è grande entusiasmo e si comincia da subito a parlare di un appuntamento pubblico che si opponga, anche in termini di valori, all’apertura della sede per cui è atteso lo stesso generale. Si chiede l’autorizzazione per un presidio per la piazza stessa, che viene però negato. Viene tuttavia autorizzata una piazza limitrofa. Quello che incomincia a chiamarsi il gruppo di «Tanucci piazza aperta» non si dà per vinto. Il presidio in contemporanea all’apertura della sede sarà pure nella piazza accanto, ma nulla può impedire alla gente di fare colazione nella piazza dove abita. Ne nasce una colazione antifascista a passaparola che ha dell’incredibile: centinaia di persone, bambine e bambini che colorano ovunque con i gessi, un generale clima di festa che nasce dal riconoscersi e dal contarsi. Il cibo è così tanto (un primo segnale dell’inedita voglia di partecipazione) che basta anche per il pranzo e a molti viene naturale fermarsi ad attendere l’arrivo del «pezzo grosso», il traditore di quella Lega con cui è stato eletto. Spunta un megafono e si susseguono interventi e cori che guastano davvero l’arrivo di Vannacci, chiuso dentro la sede protetto dalle camionette insieme a circa un centinaio di fascisti. Fascisti veri, pericolosi, che si chiamano «camerata» l’un l’altro quando pensano di non esser sentiti. Ma il quartiere ha occhi e orecchie ovunque! Addirittura dall’appartamento sopra la sede viene calato uno striscione contro il nuovo insediamento al piano terra, mentre i fascisti/vannacciani mostrano il loro incredibile radicamento nel territorio mettendo due bandiere ai lati dell’ingresso ottimamente serigrafate… ma con il nome del quartiere sbagliato! Alla fine son più le persone a ridosso delle camionette che quelle nella vicina piazza autorizzata, che quindi vien fatta ricongiungere da quella digos che ormai ha capito che anche a questo giro la partita è persa: la piazza è stata occupata e tenuta fino a sera, cioè fino alla ripartenza tra i fischi dell’europarlamentare, a cui non rimarrà che piagnucolare un altro po’ sui suoi canali.

La riflessione che si impone in questo caso è sulla bellezza della lotta, su come possa migliorare le nostre vite, in questo caso avviando la costruzione di una comunità dove prima c’erano solo porte blindate e doppi vetri. Non è solo per contrastare l’ingombrante sede che il neonato comitato decide di incontrarsi ancora: c’è voglia di discutere e, come viene detto al microfono nella successiva assemblea pubblica, c’è voglia di attivarsi e di conoscersi. C’è voglia di trasformare l’arroganza fascista in un’occasione: di incontro in primis, ma non solo. Tutti i giornali titolano delle multe che in vigore del nuovo decreto sicurezza arrivano ai manifestanti non autorizzati di Piazza Tanucci. Nuovo strumento repressivo che potrebbe scompaginare da subito le fila: ogni singola multa arriverebbe potenzialmente, a totale discrezione del prefetto, fino a 10.000 euro (!). Anche chi pensa che dopo la lunga colazione sarebbe stato giusto spostarsi in linea con quanto imposto dalla questura non ha però dubbi: «quelle multe sono di tutti». C’è infatti un clima generale di attivazione che porta a raccogliere da subito i fondi per la neonata «cassa di resistenza» e al non puntare il dito verso chi pensa e fa cose diverse dalle proprie. In questo modo stanno insieme sia la finta pagina del «kebabbaro» creata su Google maps al posto della sede (nella quale piovono centinaia di recensioni, da: «c’era puzza di ratto, non tornerò» fino a: «Buono, ma avevano appeso il kebab al contrario») sia le scritte che compaiono di notte sulla saracinesca del partito, tra le quali spicca quel: «Vannacci ti puzzano i piedacci» che finirà anche sul tg nazionale. Fuoco di paglia o si sta muovendo qualcosa di reale? Il banco di prova è il 25 Aprile, viene chiamata un’altra colazione antifascista, la giornata è bella, il mare esercita il suo richiamo e in giro per la città si moltiplicano le iniziative… Verrà qualcuno? Sin dalle prime ore del mattino è chiaro che anche questa giornata sarà un successo: centinaia di persone brindano insieme alla Resistenza, mentre le camionette a difesa della sede ricordano a chiunque che l’antifascismo non può esser relegato ai libri di storia. È l’inizio di un’assemblea che diviene la normale evoluzione organizzativa delle persone quando cominciano a parlarsi, a collettivizzare i problemi, che non sono solo legati a FN e alle sue ronde, e a voler prendersi cura del territorio in cui vivono.

Cosa ci dicono dunque questi due episodi avvenuti in due città diverse, ma distanti tra loro solo pochi km? L’antifascismo di oggi può essere al massimo difesa dell’esistente o può essere rivoluzionario? I compagni e le compagne che: «ma quale pacifismo, ma quale non violenza, ora e sempre resistenza» hanno davvero voglia di incidere nella realtà? Cosa vuol dire oggi «sporcarsi le mani»? Quanto rassegnate e sole (e intenzionate a rimanerlo) sono tutte le persone che in entrambi gli episodi hanno detto e scritto: «Non fate così! Ignorateli, non date loro ulteriore visibilità!»?
Sono belle domande e questo testo è già troppo lungo per provare a dare delle risposte, ma per chi saprà cercarle, in realtà ci sono già tutte, sin dal titolo.