Questo video-saggio proveniente dagli USA, in inglese ma disponibile con sottotitoli in italiano, ci sembra un importante contributo da condividere e diffondere nel nostro contesto. Di esso ci ha incuriosito inanzitutto la forma, data l’assenza di questo medium nel panorama politico della sinistra radicale italiana. La troviamo particolarmente efficace come modalità di trasmissione di sapere e come modo per comunicare proposte organizzative all’infuori degli ambienti strettamente militanti, una delle possibili risposte, forse, per uscire dalla marginalizzazione narrativa in cui siamo spesso relegati.
Partiamo dal presupposto, come sostiene l’ottava tesi, che l’impero sia una funzione, atta inanzitutto a mantenere il controllo sociale. E che il nemico dunque non sia la polizia in quanto istituzione ma l’atto di polizia come funzione dell’impero. Dunque il nemico non è solo la polizia, ma chiunque concorra a pacificare. Quella funzione che nei cortei degli Stati Uniti viene assunta dai “marshall”, questi individui che si arrogano del diritto di controllare, sorvegliare e limitare le potenzialità di una manifestazione, riconoscibili attraverso i gilet gialli, in Italia viene assunta di volta in volta da differenti soggetti e possiamo vedere delle dinamiche significativamente simili a quelle tratteggiate in questo video. Assunta talvolta dai giubbottini catarifrangenti che ti dicono dove puoi e non puoi camminare nel corteo, oppure da servizi d’ordine che traviano la loro funzione originaria e invece che difendere il corteo dalla polizia diventano essi stessi funzione della polizia, impedendo ad esempio atti di sabotaggio, danneggiamenti e vandalismo, ma anche soltanto che il corteo si faccia ispirare dal momento e prenda delle strade alternative da quelle autorizzate dalla questura.
Non pensiamo inoltre che sia un caso che la funzione dell’impero, negli Stati Uniti come da noi, venga sempre più spesso assunta da quella che nel video-saggio viene chiamata “identity politics psy-op” ovvero quella operazione psicologica con cui lo stato coloniale manipola l’identità e la politica dell’identità per reprimere le insorgenze. Senza dimenticare che il capitalismo nel proprio modello oppressivo necessita non solo dello sfruttamento ma anche dell’espropriazione, e quindi della colonizzazione economica e della razzializzazione, come anche dello sfruttamento del lavoro di cura e riproduzione, e che quindi non si possa negare, o sminuire, la differente posizionalità, la politica dell’identità tende a strumentalizzare e sfruttare questa posizionalità, a manipolare la realtà assumendo una funzione pacificatrice.
Sempre più spesso nei cicli di lotte degli ultimi anni anche in Italia si è diffusa questa tendenza alla strumentalizzazione di un certo discorso di tipo identitario: non si può fare un’azione più radicale perché non abbiamo l’approvazione de “i palestinesi” o “i curdi” o “le donne” sempre come se si parlasse di entità omogenee, come se si parlasse di corpi uniformi che hanno un’unica opinione. Dobbiamo sempre ascoltare il pompiere di turno se rappresenta meglio di noi un’entità oppressa dal capitalismo? Come se le nostre alleanze e amicizie politiche non le dovessimo cercare in base alla radicalità condivisa ma al ruolo affibbiatoci dallo stesso sistema che vogliamo abbattere. Per pensare all’esempio che ci è più vicino, e che di poco si discosta dalla dinamica delle acampade in USA raccontate nel video, durante l’ultimo ciclo di lotte per la Palestina non sono mancati i servizi d’ordine di giovani volenterosi, spesso inseriti nelle strutture cittadine di vecchia data, che hanno attaccato chi usciva dai ranghi, chi voleva danneggiare una vetrina di un Carrefour, una sede di Leonardo SPA o attaccare la polizia, utilizzando la narrazione identitaria (è “l’entità palestinese” a dover decidere cosa si fa in corteo).
Sono molti altri gli spunti che troviamo nel video ma invitiamo alla sua visione completa senza farsi spaventare dalla sua lunghezza, e per facilitarla un pochino mettiamo a disposizione dei brevi estratti trascritti che fungano da introduzione/riassunto alle dieci tesi in cui è strutturato il video-saggio. Buona visione!
Tesi 1: L’avanguardia come funzione di innovazione
Il vero sentiero rivoluzionario è osservabile solo con il senno del poi. L’obiettivo dei rivoluzionari è impegnarsi in sperimentazioni coraggiose per poter espandere le capacità rivoluzionarie tracciando con successo nuove possibilità. I rivoluzionari possono diventare un distaccamento avanzato o un’avanguardia nel senso originale del termine. Il compito delle organizzazioni rivoluzionarie è chiudere il gap tra il distaccamento avanzato e il resto della popolazione rivoluzionaria. Lanciando il 7 ottobre 2023, ciò che potremmo vedere come l’inizio di una rivoluzione globale la resistenza palestinese è diventata questo distaccamento avanzato.
Tesi 2: la lotta militante è l’unica difesa dall’annientamento
L’Olocausto di Gaza è un progetto americano bipartisan. Mentre l’amministrazione Trump è felice di cedere il terreno narrativo ai lunatici di Israele, l’ala progressista della controinsurrezione è intenzionata a isolare Hamas dalla popolazione palestinese, descrivendolo come uno spettro analogo all’ISIS come gruppo di stupratori terroristi fanatici che non merita altro che distruzione. […] è stata principalmente la fazione liberale a dimostrare al mondo intero che la lotta militante è l’unica difesa dall’annientamento.
Mentre Israele torna negli ospedali già distrutti per distruggere qualsiasi infrastruttura medica sia stata recuperata o riassemblata, i video di Qassam mostrano che è solo la resistenza palestinese con i suoi cecchini, gli AK47, IED, RPG e proiettili di mortaio che è disposta e in grado di offrire protezione ai pazienti disabili indifesi e all’ultimo personale medico di una popolazione stremata dal genocidio.
Tesi 3: Tutti i tentativi di de-escalation qui consentono il genocidio della gente di colore lì
A livello interno negli Stati Uniti, preesistenti formazioni identitarie, gruppi religiosi, ONG e organizzazioni comunitarie si dedicano a incanalare la rabbia popolare riguardo il genocidio verso la protesta civile. Proprio come i sionisti non esitano a strumentalizzare il femminismo per diffamare la resistenza, questi gruppi strumentalizzanno la politica dell’identità per mantenere il controllo sulle proteste di massa.
Ma Al-Aqsa flood ha mostrato che aspetto ha la resistenza. È il lavoro dei rivoluzionari quello di abbattere queste narrative controinsurrezionarie. Gli scritti di Basil Al-A’raj e Frantz Fanon sono istruttivi in questo senso: durante il primo anno del genocidio la società civile e i gruppi di attivisti hanno tenuto raduni e marce gigantesche il cui effetto era in sostanza quello di pacificare le masse. Con l’avanzare dell’anno, si sono mossi verso campagne elettorali come il Movimento per il voto Non Impegnato.[..] Ogni volta che le persone spingevano per una escalation nell’azione per Gaza, questi gruppi usavano accuse di razzismo o safetyist come nozioni per il mantenimento della sicurezza per le persone nere. Pregiudizi di genere, di abilismo, qualunque cosa potesse funzionare, data la posizionalità degli accusatori e degli accusati di abbassare la tensione.
Nel mio primo video saggio, ho discusso il fenomeno degli IDpsyops.[…] Rafforza la narrazione del salvatore bianco così come i paradigmi razziali e di genere che sono stati stabiliti dalle stesse istituzioni che sembrano voler condannare. Ma più urgentemente, come dice Idris Robinson, tutte le proteste civili nel nord del mondo sono predicate sulla base del genocidio e sulla Palestina. Tutti i tentativi di de-escalation qui consentono il genocidiodella gente di colore lì.
Meglio organizzati sono gli affiliati allo Stato e le organizzazioni politiche identitarie (che possiamo chiamare l’apparato del movimento sociale), più è probabile che il movimento sia stordito, e che le forze anti-genocidio incontreranno più barriere. C’è un tira e molla ciclico tra burocrati identitari e autonomi, tra insurrezionalisti e l’apparato del movimento sociale, tra la resistenza e la controinsurrezione. Comprendere questi meccanismi è fondamentale per prevenirli dal ripetersi nel ciclo successivo.
Tesi 5: Il segreto in realtà è iniziare
È ora per i rivoluzionari seri in questo continente di studiare da vicino — e sperimentare con — forme organizzative rivoluzionarie.[…]
Non è impossibile costruire una organizzazione di massa che non ha un elenco accessibile di tutti i membri, nessun ufficio noto, nessuna persona o funzionario noto, ma che riesca comunque a comunicare in modo leggibile su scala di massa e a mobilitare masse di persone senza abbandonare tattiche militanti quando necessario.[…]
La grande sfida della nostra generazione di rivoluzionari è capire […] come generare una organizzazione rivoluzionaria capace di sostenersi, mentre fa fronte alle continue crisi politiche del momento. Quindi, senza separarsi dal movimento.[…]Allora come si inizia? Se questo tipo di organizzazione è necessaria per la rivoluzione, se è necessario per avere il potere di sopportare il presente, per fermare un genocidio, per definire e dare seguito agli obiettivi, e se è assente nel nostro contesto, da dove cominciamo? Come creiamo qualcosa dal nulla o da una massa amorfa di amicizie,polecole, pulsioni libidiche, e fiere del libro tranquille e sane? Ancora una volta, suppongo che si possa solo provare qualcosa e fallire meglio ogni volta.
Cosa significa educare alla violenza? La “violenza” coloniale è un processo unico che si manifesta in diverse forme sociali, culturali, politiche, economiche e militari, e che “controviolenza,” la “violenza” rivoluzionaria di popoli oppressi, deve essere esercitata anche come processo globale, che assume diverse forme. Yaki richiama l’attenzione su ciò che James Boggs chiama questa fantastica responsabilità.
Responsabilità. Oltre a quella di voler sfogare la tua frustrazione o mettere in atto la tua concezione ideale del guerrigliero eroico. La responsabilità dei rivoluzionari di porre una piattaforma sociale comprensiva che affronta problemi mentali e salute fisica, istruzione, servizi sociali di ogni genere, benessere economico, la produzione e la distribuzione di cibo e vestiario, alloggio adeguato e così via. La mia argomentazione qui è che tutte queste forme possono e devono essere viste come una tattica di una strategia rivoluzionaria.
Il nemico è l’Impero. L’impero è prima di tutto una funzione. Questa funzione esiste nella misura in cui viene mantenuto il controllo sociale. […] Opera logisticamente ma anche relazionalmente, impiega eserciti ma anche controinsurrezione. […] Come osservò preveggentemente Tiqqun, l’Impero percepisce una guerra civile come rischio da gestire. Questo spiega la preventiva controrivoluzione che l’impero incessantemente dispiega contro chiunque possa fare buchi nel tessuto biopolitico. Ovunque le sue reti non siano sufficientemente invadenti,si alleerà per tutto il tempo necessario con qualunque mafia locale o anche qualche gruppo di guerriglia locale a condizione che quest’ultimo mantenga ordine sul territorio ad esso assegnato. Niente ha meno importanza per l’Impero che sapere chi controlla cosa. Finché c’è controllo.
Tesi 9: Palestina: il cuore di una struttura rivoluzionaria
Mentre l’impero opera a livello globale e come la storia insurrezionale ha dimostrato la rivoluzione sarà uno scontro internazionale. Con l’alluvione di Al-Aqsa la resistenza palestinese ha dato un colpo iniziale in questa battaglia, rompendo la superficie dell’egemonia imperiale. La Palestina non è una semplice questione di politica estera. È al centro della lotta rivoluzionaria.
I rivoluzionari devono creare piani operativi praticabili per smantellare i mezzi di produzione e impossessarsi dei mezzi di sostentamento. Qualsiasi aspetto della vita civica fino a prova contraria normalizza il genocidio. Richiamo l’attenzione su questo fatto non per farti sentire in colpa, ma per instillare un senso di responsabilità. Questo è un invito ad accettare la responsabilità e a pensare sobriamente a come portare a termine il lavoro. Come fermare il genocidio.Dobbiamo tradurre questa responsabilitàin una logistica rivoluzionaria.